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Caserme e beni pubblici in disuso: sì, ma chi trova i soldi?

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Caserme per sistemare i senza casa: sì, ma chi trova i soldi?
Iphone Casi compreso A Protezione Temperato Custodia Sottile Per Dello Vetro In Due Colori Formato Tre Schermo 7 Cavalletto Fondo di garanzia e tassazione ridotta su titoli a impatto sociale per aggredire le povertà

In questi giorni, il dibattito politico è costretto a occuparsi di problemi di grande delicatezza e complessità: dalle occupazioni abusive agli sgomberi; dalla mancanza di una casa a quella di un lavoro per un numero crescente di persone. Non sono problemi portati dai migranti, ma questi ne aumentano le dimensioni in un Paese che faticava già a gestire le proprie.

Non illudiamoci: né la sistemazione nelle caserme né il Rei né l’accordo con la Libia potranno essere risolutivi, ma solo tamponare le emergenze, dalle quali, comunque, è doveroso cominciare. Contemporaneamente, però, è doveroso anche avviare una riflessione seria e duratura su come aggredire quel fenomeno che li riassume tutti, quello delle povertà. Oggi va di modo chiamarle fragilità, con ciò alimentando l’idea che si tratti di una disgrazia, quasi una calamità naturale e, come tale, ineludibile. Non è così: le povertà (dalla mancanza di un’abitazione a quella di un reddito) nascono principalmente dalle diseguaglianze sociali, che – va detto con chiarezza – sono prima di tutto diseguaglianze economiche: hanno, quindi, cause e responsabili.

Prendere consapevolezza di ciò richiede a tutti – governanti e governati – un cambio culturale, che porti a innovare radicalmente le politiche sociali ed economiche in modo che le une vengano considerate interdipendenti dalle altre: il sociale, sinora concepito come un costo inevitabile, va pensato come un investimento. Se si vuole incidere efficacemente sulle povertà, il sociale deve diventare occasione di sviluppo.

Può sembrare un obiettivo astratto o ambizioso, ma i dati dimostrano che, oggi, non ha alternative: o si punta in alto, attaccando a monte le povertà, o queste sono destinate a esplodere con una violenza senza precedenti a causa proprio delle dimensioni. Secondo i recenti dati Istat, sono più di 13 milioni gli Italiani in stato di povertà e, tra questi, quasi 5 milioni sono in povertà assoluta. Questo significa che oltre il 20% degli Italiani non ha accesso a una vita dignitosa. Sono numeri allarmanti, anche perché non tengono conto delle persone a rischio povertà.

Di fronte a questo scenario reperire risorse finanziarie è sicuramente un passaggio cruciale, ma prima ancora lo è individuare politiche economiche e sociali innovative per poter investire quelle stesse risorse in modo efficace. Dovrebbe essere un concetto scontato, ma non pare esserlo se anche il Nobel all’economia Angus Deaton critica le copiose elargizioni filantropiche che non solo non debellano la miseria, ma, di fatto, costituiscono un alibi per governi incapaci o assenti.

Anche le emergenze possono essere affrontate in modo nuovo e più efficace. Le caserme, ad esempio, possono costituire certamente una risposta al bisogno di sistemazione per gli occupanti abusivi di edifici che vengono sgomberati, così come possono esserlo i tanti beni pubblici in disuso sparsi sul territorio nazionale: le norme che ne consentono l’utilizzo esistono già, contenute negli articoli 24 e 26 del decreto Sblocca Italia del 2014, oltre che nella recente riforma del terzo settore, la 106 del 2016. Tuttavia, le opportunità che quelle norme aprono non state ancora sfruttate a pieno. Il motivo è semplice: mancano i soldi. Le caserme o altri immobili pubblici abbandonati spesso necessitano di ristrutturazioni e i Comuni non hanno risorse per farlo. Né si può pensare di supplire con le donazioni di benefattori privati o di fondazioni erogative: non basterebbero a soddisfare tutte le richieste, di fronte ai numeri di cui si è parlato sopra. Ben vengano, dunque, le singole iniziative per il recupero di un bene ora da destinare ai disabili, ora all’inserimento lavorativo di ex-carcerati e migranti, ma, per quanto indispensabili e lodevoli, rischiano di restare best-pratice isolate, quasi oasi nel deserto.

Per rendere, invece, quelle stesse iniziative replicabili, serve innanzitutto unire le forze, mettendo insieme denaro pubblico e privato: il primo potrebbe essere messo a garanzia di quello investito da chi, nel privato, lo fa di mestiere. Il denaro non è “bello” solo quando donato, ma anche quando investito in modo socialmente ed economicamente sostenibile. Va in questa direzione la Fondazione Italia Sociale, istituita con la suddetta legge 106: la sua mission –si legge – è attirare capitali privati da aggiungere a quelli pubblici per finanziare progetti a impatto sociale.

Ma neppure mettere insieme i soldi basta. Se si vuole davvero rendere il sociale motore di crescita serve un piano organico di sviluppo sociale ed economico che veda lavorare non separatamente, ma insieme, sullo stesso piano, il pubblico, il privato profit, il privato no-profit. Si può pensare a soluzioni giuridiche sull’esempio di quelle che il nostro Paese ha positivamente sperimentato in passato, riservando allo Stato non più il ruolo di gestore, ma di partner al pari degli altri, come per il Fondo Italiano di Investimento per le pmi.

In questa nuova cornice cambia anche il ruolo del no-profit: non più semplice beneficiario di risorse, ma esso stesso parte attiva nel misurare i risultati delle risorse ricevute e nella produrne di nuove da destinare all’investimento in altre attività.

La proposta di Fondazione Etica, oggetto di una proposta di legge da depositare alla Camera, è di creare un Fondo di Garanzia, eventualmente con emanazioni regionali, che stimoli l’avvio di investimenti in progetti a impatto sociale ed economico, già avviati da tempo in altri Paesi, da parte di investitori istituzionali o privati disposti a impiegare parte del proprio capitale in attività sociali, ricavando margini contenuti nel medio-lungo periodo, per almeno due motivi: da un lato, per la garanzia pubblica sul ritorno del capitale investito; dall’altro, per la remunerazione morale e reputazionale data dall’aver contribuito a rendere più coesa e ricca la loro stessa comunità. Ogni volta che l’investimento riesce – e quindi non si attiva la garanzia pubblica – si verrebbe a creare un effetto moltiplicatore del denaro pubblico. Non si tratta di inventare nulla di nuovo, ma di mutuare quanto già viene fatto nel mondo delle imprese con i consorzi di garanzia.

Fondazione Etica con  Regione Toscana, Caritas e alcune imprese sul territorio ha avviato i primi progetti concreti a impatto economico-sociale partendo proprio dalla rigenerazione di immobili pubblici in abbandono. Sicuramente potrebbe dare un aiuto importante la legge di bilancio in preparazione in questi giorni, ad esempio inserendo una norma che abbassi la tassazione fiscale del risparmiatore che investe in obbligazioni a impatto sociale: anziché il 26% il 12,5% come per i titoli di Stato. Sarebbe un segnale di cambiamento anche politico.